I supplementari

May 9, 2020

 

 

«Benché un flagello sia un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso» (Camus, La peste).

 

Improvvisamente costretti nel perimetro claustrale delle nostre case, abbiamo iniziato ad assistere impotenti alla morte di una generazione. Da mesi, la narrazione del morbo, con improprio lessico bellico, ci viene servita uguale a se stessa a ritmo continuo, attraverso immagini da B-movie.

 

Se inizialmente, come nel caso delle narrazioni (già bibliche) sulle peste, si è puntato il dito contro gli “impuri”, in questo caso i cinesi, con i loro sudici wet markets, rapidamente siamo divenuti tutti impuri, quindi nessuno lo è più: tutti siamo possibili portatori asintomatici del virus. Non consunti esseri romantici alla Chopin, esili personaggi di un sanatorio sul Mar Nero o su una montagna incantata, ma colpevoli presunti, in grado di far del male ai nostri cari: tutti abbiamo contemporaneamente paura dell’altro e di noi stessi e tentiamo di ingannare la morte a prezzo dell’isolamento, uccidendo la vita sociale e lavorativa, mettendo in stand by le emozioni, spesso anche gli introiti, per tutelare una tenuta psichica, che vacillerà in ogni caso. 

 

Sebbene, a tamburo battente, venga lanciato il messaggio che il Covid19 sia pericoloso "solo" per i soggetti deboli, persone anziane, o con pregresse malattie respiratorie, o malati oncologici (ecco che vengono additati i “diversi”), in realtà nessuno si sente al sicuro, perché si apprendono storie di ragazzi sanissimi, morti a causa del virus e i nostri tabù si infrangono contro la realtà di un morbo sconosciuto. 

 

La sensazione che provo, ogni giorno, dallo scorso mese di marzo, è che mi siano stati concessi "tempi supplementari". Tempi la cui durata è ignota, in cui assaporare il contatto con le persone che visceralmente amo.

 

Per non infastidire troppo con manifestazioni fisiche di affetto queste persone e per impiegare provvidamente questo tempo extra offertomi dal caso (che non mi ha ancora fatto finire in ospedale), faccio appello alle risorse della mia vaga erudizione e dalle multiformi ispirazioni. Ma come affrontare attraverso le lenti della creatività un morbo che non ha nulla di romantico, stricto sensu? Cosa narrare di nuovo, che non sia già stato scritto su un’epidemia da ‘morte nera’? 

 

Noto in primis che, molti artisti non trovano, in questa malattia che non ha neppure un nome degno di tanti morbi assassini, quella carica creativa da schwarze Romantik, quanto piuttosto la stimolazione di una cinica contrapposizione tra idealità interiore e realtà esterna. Penso in particolare ad alcune iniziative di attori e registi teatrali italiani che, nella clausura, hanno sviluppato un sarcasmo cinicamente garbato: Giovanni Scifoni, ad esempio, il quale, con moglie e tre figli confinati in un appartamento della periferia romana, gira video sulle idiosincrasie domestiche durante la quarantena, o Alessandro Benvenuti, con Diario di un non intubabile, una serie social in 12 episodi, interpretata da un magistrale Andrea Murchio. Le riflessioni quotidiane di Benvenuti (non intubabile perché nella fascia di età che, in presenza di malati gravi in eccesso e posti letto in difetto, verrà lasciata fuori dai reparti di terapia intensiva) sono state trasposte in brevi video, autoprodotti, girati in casa, con montaggio e regia supervisionati da Filippo D’Alessio.  

 

Penso anche a molti amici musicisti, che alla chiusura delle frontiere nazionali, separati dalla propria band, hanno saputo reagire freddamente, organizzandosi per collaborare a distanza e sono riusciti a creare sonorità dal fortissimo potere evocativo. Ai Sophrosyne, in particolare, dedico questo estratto:«Dopo la chiusura delle frontiere, ovviamente sempre alla confederata, in molti si accorsero, compreso il narratore, novello Rieux, di essere sulla stessa barchetta di carta e di doversene fare una ragione. E un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera fetta della popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di clausura»... [continua]

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