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TERRORISMO "ISLAMICO": L'INIZIO DELLA CURA

July 4, 2018

L’Altro Stato e il sogno utopico di Shalom-Salām

 

Il male e la sofferenza – di un corpo o di una mente – sono sempre connessi ad una causa. Individuare l'origine del male è il primo passo per determinarne la possibile cura. Immaginiamo, ora, il mondo come un essere sofferente. Uno dei mali che lo affligge da più di mezzo secolo è il terrorismo.  Il dolore, nel corpo e nella mente umana, molto spesso è causato da un’assenza di equilibrio, che a volte si tende persino ad associare ad una colpa. In molti sono portati, per un retaggio culturale giudaico-cristiano, a vedere il male come la conseguenza di un peccato. 

Allora, se si vuole individuare la faute d'origine che ha causato il male del terrorismo, facciamo un’incursione rapida nella storia e cerchiamone i responsabili, forse così potremo anche comprendere qual è la possibile cura.

Il peccato originale, la colpa dell’Occidente all’origine del male del terrorismo (che definiamo, erroneamente, islamico) risale agli inizi del Novecento, quando l’area geografica della Palestina faceva parte dell'Impero ottomano. Già subito dopo la Prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni pose la Palestina sotto il controllo dell'Impero britannico, che si fece promotore della costituzione di un focolare nazionale, favorendo lo stanziamento in quell’area di migliaia di ebrei, principalmente europei. Ma si faccia attenzione: l’origine del male non è religiosa, bensì politica ed economica. Per secoli, infatti, nella regione le tre maggiori religioni monoteiste hanno convissuto in equilibrio.

Agli inizi del Novecento, le ondate migratorie verso la Terra Promessa sono state alimentate dal cosiddetto movimento sionista, che prospettava la fondazione di uno Stato ebraico «in patria».

Se mi chiedessero, quindi, di indicare un punto sulla linea del tempo dove scrivere la parola “inizio” è proprio a quest’altezza cronologica che la porrei, perché, per usare un linguaggio semplicistico, in quest’occasione le cose sono state gestite male e già sul finire degli Anni Trenta, a causa degli scontri ripetuti tra palestinesi ed ebrei, l'amministrazione britannica cercò di limitare gli sbarchi verso la Terra Promessa, ma l'avvento del Nazismo rese lo sforzo inutile. Quando, nel 1947, l'Onu approvò un piano per spartire i territori tra Palestina e il nascente Stato di Israele, ponendo Gerusalemme, città sacra per entrambi i popoli, «sotto regime speciale internazionale», era ormai tardi: il male, in pochi anni, si era cronicizzato. I palestinesi si ribellarono, nel tentativo di mantenere il proprio territorio unito, ma inutilmente. Israele iniziò a spingersi oltre i confini imposti dall'Onu e conquistò la metà occidentale di Gerusalemme. Il resto, purtroppo, è storia nota e, addirittura, ciclica: sette milioni di palestinesi scacciati dalla propria terra, sconfinamenti israeliani in barba alle leggi internazionali, l’occupazione di Gaza e della West Bank da parte di Israele, l’annessione delle alture del Golan e del Sinai - poi "restituito" all'Egitto -, la presenza di “coloni” israeliani nei territori occupati.

Per arginare il fenomeno terroristico in quei territori, gli israeliani hanno iniziato, nel 2002, la costruzione del Muro o Barriera di Separazione (denominazioni differenti a seconda della prospettiva da cui si osserva il lungo serpente di cemento che separa i due stati in Cisgiordania).

I palestinesi non sono terroristi jihadisti, comprendere le loro ragioni, la loro storia, i motivi del conflitto, gli interessi internazionali che lo alimentano e tentare di risolvere la questione palestinese è di fondamentale importanza per iniziare ad invertire la rotta del terrorismo islamico. Si legga l'articolo di Bradely Burston su Haaretz in cui si spiega come molti israeliani sembrino aver sviluppato degli anticorpi alle sofferenze dei palestinesi. È quanto sta avvenendo anche in Occidente, purtroppo, dove chi sta bene sta sviluppando gli anticorpi dell’indifferenza alla sofferenza del diverso, di chi si trova in un altro stato (psicologico, economico, sociale) rispetto al suo. Dobbiamo restare vigili, perché, per citare Gramsci (1917), «l’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente. È  materia bruta che strozza l’intelligenza». Anche per questo, Burston ha parlato di israeliani "stupidi".

 

Quello che propongo nel romanzo L’altro stato [Castelvecchi 2018, ndr] è un'utopia, il mondo di qua e di là dal Muro visto da due adolescenti (simbolo del futuro), entrambi musicisti, mentre a narrare la storia è Jona, soldato israeliano appena ucciso dal lancio di una pietra (forse l'unica andata a segno in 50 anni):

«Ecco l’abbozzo di un tema musicale sorgere dall’una e dall’altra parte della muraglia. Le note si incontrano in alto, dove il cemento non arriva, e possono viaggiare libere nell’aria, come un leggero soffio di vento, che non si sa dove vada a finire. Perché il Nulla è qualcosa e non appartiene a nessuno. I vivi spesso lo dimenticano, così come scordano che i fisici hanno fatto del loro meglio per togliere vuotezza al vuoto. Lo spazio in cui tutti siamo immersi è irrequieto, attraversato da onde, radiazioni, gas, campi magnetici e non può essere certo interrotto da bastioni di cemento. Le parole Muro, Barriera di Separazione altro non sono che i diversi nomi di un’illusione. [...]

Noi e loro usiamo la stessa parola, dam, per chiamare il sangue: perché il nostro e il loro sangue è identico. L’esempio dovrebbe partire proprio da queste terre, con la creazione di un nuovo stato unico, confederato, democratico, laico, multiculturale, dal nome nuovo, un nome che, come il sangue, valga nella nostra e nella loro lingua», perché: «Questa terra è sempre stata diversa dalle altre: da secoli qui succedono cose prodigiose. Perché non dovrebbero succedere a noi? Dio me n’è testimone, mamma, perché Dio solo sa, ammesso che frequenti ogni tanto questa terra, quanto era bella quella nostra musica. Se potessi raccontarti questo, ti chiederei, “Abbiamo dunque diritto ad odiarli tutti, quelli che stanno al di là del Muro se sono capaci di suonare in armonia con noi?”».

 

La ricerca dell'armonia avrebbe dovuto essere la soluzione iniziale, prima ancora della creazione dello Stato di Israele e questa è forse ancora l'unica via percorribile: l’equilibrio, una musica nuova, non la confisca di territori, non l'edificazione di muri, ma la costituzione di uno Stato confederato nuovo ed economicamente forte (se i denari investiti nell'approvvigionamento degli armamenti, dall’una e dall’altra parte, fossero  stati  capitalizzati per creare una sorta di Svizzera del Medioriente, oggi vivremmo in un mondo diverso).

 

Oggi dovremmo batterci per la creazione di uno Stato dal nome nuovo, in cui palestinesi e israeliani convivano in equilibrio, uno Stato laico, dove viga la libertà religiosa.

 

Abu Mazen nel 2017 ha affermato che: “Il terrorismo dell’Isis finirà anche in Europa quando terminerà l’occupazione della Palestina”, mentre il leader israeliano durante un discorso indirizzato all’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) Benjamin Netanyahu nel 2016 ha affermato che esisterebbe una connessione diretta tra gli attentati terroristici in Europa e il terrorismo palestinese (affermazione palesemente viziata da una visione miope, ma non completamente errata alla luce dell'analisi storica che ho brevemente e superficialmente condotto qui). Ovviamente ciascuno dei due individua una soluzione differente al problema.

Gli interessi economici nel mantenimento del conflitto sono enormi e il mio è solo un sogno utopico, come quello di trovare la cura a malattie considerate incurabili, ma prima della scoperta della penicillina si moriva di polmonite: il sogno di una terra chiamata Shalom-Salām a significare pace in ebraico e in arabo. Una nazione nuova, dal nome dell'interiezione che esprime un'impressione repentina, un sentimento profondo, di stupore e di sorpresa (se solo non uccidessimo la speranza di un futuro diverso, non perpetrassimo l'odio nelle nuove generazioni)!

 

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