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Spettacolo atomico al LAC e al Teatro di Locarno

February 6, 2018

 

 

Domenica 4 febbraio, alle 17, platea e balconata del LAC erano insolitamente gremite. Tra il pubblico, scrittori (tra cui Alberto Nessi), docenti universitari e molti giovani. In scena, tre attori magistrali, che per quasi due ore, su un palco sobriamente allestito come un’aula di fisica dei primi del Novecento, sono riusciti a tenere tutti col fiato sospeso, parlando di meccanica quantistica e di sorti dell’umanità: Giuliana Lojodice, Umberto Orsini e Massimo Popolizio hanno superato se stessi in Copenhagen, dramma dell’inglese Michael Frayn. Lunedì 5 e martedì 6 si è replicato a Locarno.

Il successo che lo spettacolo, anche da noi, come in tutto il mondo, sta ottenendo dal 1998 ha dell’inspiegabile, considerando l’argomento che affronta: un giorno di settembre del 1941 – in una Copenhagen invasa dai Nazisti – Niels Bohr, il fisico teorico danese che nel 1922 ottenne il Nobel, per metà ebreo, con la moglie Margrethe, riceve la visita inattesa dell’allievo più brillante, Werner Heisenberg. Se lo spirito scientifico si manifesta nella capacità dello scienziato di porsi delle domande, la pièce ruota tutta attorno a una domanda: cosa si sono detti esattamente Heisenberg e Bohr durante quell’incontro a Copenhagen?

Heisenberg, l’ebreo bianco, padre del principio di indeterminazione, in una Germania che ha scacciato tutti i suoi migliori fisici teorici, perché ebrei, ha accettato di collaborare con il regime nazista, per portare avanti le proprie ricerche attorno alla possibilità di costruire un reattore nucleare, ma è sotto il rigido controllo della Gestapo. Genio poliedrico, amante della musica, della filosofia greca e delle discese sugli sci – così viene presentato nella pièce –, all’avvento del nazismo, nel 1933, anno in cui riceve il Nobel, ha tre grandi colpe per la Gestapo: le sue amicizie con scienziati ebrei, primo tra tutti proprio il suo amatissimo maestro Bohr e poi Einstein, la sua difesa di quella che era definita “fisica ebraica” in quanto sostenitore della relatività, bollata dai nazisti come aberrazione della mente, infine il suo pessimo rapporto con i fisici Lenard e Stark, che gli avevano chiesto una presa di posizione a favore di Hitler, cui lui aveva opposto un netto rifiuto. Ma in Germania Heisenberg rimaneva l’unico fisico in grado di costruire l’atomica. Dunque, cosa si sono detti Heisenberg e Bohr nel ’41 a Copenhagen?

Su un palco nero, spoglio, allestito solo con enormi lavagne di ardesia affollate di formule scritte con gesso bianco, assistiamo a tre versioni diverse di quel fatidico giorno del 1941. Il rapporto che lega Bohr e Heisenberg, simile a quello fra padre e figlio, ha perduto la spontaneità originaria ed è stato incrinato dalle diverse scelte di vita e dall’indirizzo differente delle rispettive ricerche scientifiche. Una trasformazione di cui è testimone Margrethe, alla quale è affidato il ruolo di coro non imparziale della vicenda e a cui spetta pronunciare due battute che sono altrettante chiavi di lettura del dramma: la donna ricorda ai due che fisica e politica combaciano in quel tragico periodo di guerra e poi afferma che «tutto è personale», ed è quindi inutile nascondere dietro la facciata degli ideali i motivi solo individuali all’origine delle proprie scelte.

Ma di quali scelte si parla realmente? Perché la Storia ancor oggi si interroga su cosa si sono detti i due fisici a Copenhagen? La domanda rappresenta solo la chiave d’innesco di un rompicapo scenico?

Proprio dopo il debutto dello spettacolo al Royal National Theatre di Londra nel 1998 e del rinnovato dibattito scientifico attorno alle ragioni dell’incontro di Copenhagen, il Niels Bohr Archive ha reso disponibili un dossier e diversi documenti che aiutano a fare chiarezza sulla natura del misterioso incontro tra i due fisici.

La vera domanda posta dal drammaturgo inglese, dando la parola agli spiriti dei tre personaggi – tre fantasmi dominati da un inarrestabile desiderio di conoscenza – che si incontrano in un tempo post-mortem è: Heisenberg era in grado di dare l’atomica ai nazisti? Di conseguenza, perché mai ha tergiversato, dirottando fondi e tempo sulla costruzione di un reattore e non di una bomba?

Così, l’autore, Frayn, non si limita a porre allo spettatore una questione di etica sempre drammaticamente attuale (ossia, in che misura la scienza può essere giudicata colpevole dei delitti compiuti grazie alle sue scoperte?), ma afferma come alla base di qualsiasi evento vi sia sempre l’uomo, con i propri limiti, anche mentali, le proprie paure, i propri egoismi.

Tutto allora nello spettacolo si ritrova a ruotare attorno proprio a quel principio di indeterminazione formulato da Heisenberg, che il drammaturgo applica alla stessa esistenza umana, analogamente incerta e governata da forze imprevedibili. Il dramma coniuga un andamento incalzante, che tiene lo spettatore in attesa di una risposta che tarda ad arrivare, all’ambiguità della situazione e alla rarefazione degli stessi concetti di spazio e tempo. Werner Heisenberg, Niels Bohr e tutta la generazione di scienziati che, specie negli Stati Uniti, con l’atomica hanno contribuito a segnare le sorti dell’umanità hanno avuto in comune, più d’ogni altra teoria, una profonda condizione di incertezza in cui sono stati costretti ad operare: la fisica è diventata non solo progresso, studio e ricerca, ma l’espressione stessa dell’indeterminatezza della conoscenza.

Così, al LAC, è stata più la storia psicologica del sapere che Copenhagen ha consentito di avvicinare. La maestria di Orsini, Popolizio e Lojodice ha rinverdito il fascino di un teatro che sa ancora porre domande attualissime e suscitare emozioni dirompenti, come il rombo dell’atomica sullo sfondo nero.

 

 

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