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Saba, a sessant'anni dalla morte: l'antisemitismo ebraico e l'ebraismo come malattia

June 12, 2017

 

 

 

Ricorrono i sessant'anni dalla morte di Umberto Saba, pseudonimo di Umberto Poli (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), figlio di madre ebrea e padre cattolico. A dispetto del proprio nome, Felicita Rachele Coen, a detta del figlio, «non sapeva vivere, né lasciava vivere gli altri» [1].
Ugo Edoardo Poli, così recita la biografia ufficiale di Saba, era in carcere il giorno in cui il figlio Umberto venne al mondo. Era stato arrestato per irredentismo dalla polizia asburgica e dopo un anno di matrimonio, abiurando l'ebraismo a cui si era convertito per sposarsi, abbandonò la famiglia. 
«La mia triplice sventura è stata di nascere italiano, triestino e di madre ebrea. Queste tre sventure insieme hanno fatto il Canzoniere» [2]. La scelta dello pseudonimo di Saba significò assumere una più netta identità ebraica, all'insegna di quell'umorismo cinico e autoironico che caratterizza molti autori ebrei (in ebraico la parola  deriva da sav e significa "nonno").
La triplice sventura diverrà un marchio identitario, quello impresso anche all'amicizia con Federico Almansi, sorta di immagine allo specchio del poeta stesso, "giovane stornello" malato di mente e di ebraismo. Marchio identitario e sorta di incolmabile frattura, che Saba tenterà di saldare chiamando in causa due pensatori tra i quali volle stabilire una linea di continuità, Nietzsche e Freud, in realtà funzionali alla propria poetica. L'anelito alla leggerezza del primo (figura "paterna", giacché del proprio padre Saba ricordava l'essere "gaio e leggero" [3]) contrapposto al "pessimismo ebraico" che Saba attribuiva al secondo. Gaiezza e pessimismo altro non erano che due aspetti della propria natura. L'ebraismo è associato alla mente malata dell'amatissimo giovane Federico Almansi (si legga a riguardo L'Ebraismo in Umberto Saba, di Gianna Gardenal Studi Novecenteschi, V ol. 35, No. 76, luglio · dicembre 2008, pp. 401-412). Federico era schizofrenico e forse nessuna malattia può essere migliore metafora per un poeta «psicoanalitico prima della psicoanalisi» [4], che nella poesia Per un fanciullo malato, redatta inizialmente col titolo Per un fanciullo ebreo, aveva (con spirito ancora romantico, da appassionato estimatore di Otto Weininger) associato malattia e disfacimento all'animo ebraico.

 

[1] Umberto Saba, Lettere a un'amica. Settantacinque lettere a Nora Baldi, Torino, Einaudi 1966 (lettera datata 18 settembre 1955).
[2] Id., Tutte le prose, a c. di A. Stara, Milano, Mondadori 2001, p. 889.
[3] Id., Tutte le poesie, a c. di A. Stara, Milano, Mondadori 1988, p. 257.

[4] M. Lavagetto, Introduzione a Saba,Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1988 p. LXIX.
 

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