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  • Lev M. Loewenthal

Perché la pandemia attuale non ispira gli artisti?


Artisti di ogni epoca si siano lasciati ispirare dal “morbo” (peste, tifo, tubercolosi, a seconda dei periodi), che a scadenza regolare ha fatto la sua comparsa nella storia. Concentrandoci solo sulla letteratura, sono moltissimi gli scrittori che hanno costruito capolavori attorno al tema di epidemie e contagi: si pensi al Decameron, ai Promessi Sposi, alla Peste di Camus, oppure alla Peste scarlatta di Jack London, o ancora alla Maschera della morte rossa di Poe, al Diario dell'anno della peste di Daniel Defoe, a Cecità di Josè Saramago, per fare solo qualche esempio. Perché, oggi, siamo così restii a lasciarci "dettare dentro" e guidare la mano da questo nuovo morbo? Salvo rare eccezioni (costituite soprattutto da disegnatori e street artists), la maggior parte degli artisti prova pudore o timore reverenziale a narrare di quel che accade, per un motivo che vorrei analizzare qui.

Il contagio di riferimento più vicino a noi dal punto di vista cronologico e quindi culturale, tra '800 e '900, è stato rappresentato dalla tubercolosi. La tisi, o mal sottile, ha ispirato vari romanzieri (due per tutti: Thomas Mann con La Montagna incantata e Gesualdo Bufalino, con Diceria dell’untore).

La tubercolosi (Tbc), comunemente detta anche tisi (dal greco phthisis, consunzione), è una malattia infettiva necrotizzante, causata non da un virus, ma dal mycobacterium tuberculosis, che colpisce i polmoni, ma può estendersi a ogni organo. I sintomi sono febbre, stanchezza, inappetenza e manifestazioni specifiche; il decorso è cronico e lento, ma può essere anche rapidamente fatale. Sembrerebbe una malattia simile a quella che l'umanità sta tentando di combattere in questi mesi.

«La contessina Bice spegnevasi lentamente. Di malattia di languore, dicevano gli uni. Di mal sottile, dicevano gli altri», scrive Giovanni Verga nella novella Dramma intimo, tracciando (involontariamente) una breve storia ragionata della tubercolosi: per tutto l’Ottocento e per buona parte del Novecento, ha colpito ricchi e poveri, cancellando molte linee di confine tra le classi sociali ma, mentre i meno abbienti esibivano il pallore con rassegnazione secolare, i borghesi dissimulavano. Nascondevano. Seppellivano. Di più, proprio grazie agli artisti, pittori e scrittori, la patologia assurse a "morbo romantico".

Colpiva soprattutto i giovani, anzi, le giovani donne e fu la patologia letteraria che maggiormente sfinì le peccatrici, come Violetta nella Traviata o, per restare nello stesso ambito, Mimì nella Bohème. Contrappasso narrativo sottile: il rosso del peccato si mescolava a quello del sangue, quando si tossiva, sorta di punizione. Scoloriva la pelle, rendendola bianchissima, come quella di Lisbeth, ossia la «cugina Bette» dell’omonimo romanzo di Honoré de Balzac, colpita dalla tubercolosi in un mondo che, se possibile, fu ancora più malato della malattia: tra rancori, erotomani, parenti vendicatori, veleni familiari. La tubercolosi donava alle donne un pallore quasi lunare, un’evanescenza che era pressoché un riscatto estetico dei piaceri carnali nei quali avevano dissolto la giovinezza. Tremavano di una bellezza non dicibile, languivano. Il romanzo realista ottocentesco contribuì a incastonare la tubercolosi in un universo vizioso, come se questa fosse l’apoteosi della perdizione, lo sguardo sull’abisso dei pittori romantici, l’ultimo atto di un mondo estremo e stremato, inseguendo una specie di attrazione fatale che da sempre lega la donna alla morte.

Essere o apparire consunti era quasi una caratteristica distintiva del Romanticismo, lo stile espressivo di un'epoca.

La consunta modella, pittrice e poetessa Elizabeth Siddal (1829-1862), meglio nota come l'Ofelia annegata nella pittura del preraffaellita John Everett Millais (1829-1896), fu un'icona per la sua generazione. Le donne sane e attente alla moda si affamavano e imbiancavano la pelle, per assumere un aspetto simile. Si credeva in una "spes phthisica", una sorta di euforia mescolata alla depressione nelle fasi terminali della malattia, che si pensava potenziasse la creatività mentale. Di tutti gli artisti consunti, quello più spesso associato alla malattia è John Keats (1795-1821), un medico inglese diventato poeta: il suo ultimo anno frustrato da un amore tragico, un declino della salute, la partenza per l'Italia e la morte riassumono l'immaginario romantico al meglio. L'epidemia infuriò in tutta Europa. In Russia, le opere tardive di Anton Cechov (1869-1904) descrivevano esili personaggi che si muovevano all'interno di un sanatorio a Yalta sul Mar Nero, dove lo scrittore, egli stesso medico, era stato convalescente e stava morendo all'età di 44 anni. Victor Hugo sfruttò la sfortunata Fantine che muore di tubercolosi, per potenziare moralmente Valjean.

Ecco che la malattia non sarà più vista tanto come il tremendo destino che attende gli esseri umani che ne vengono colpiti, bensì come una condizione esistenziale. Il Novecento ha lavorato a lungo sulla propria parte malata: uno scavo nel corpo che si somatizza in un moto dello spirito. Nel sanatorio di Davos, la clinica Berghof, Mann ambienta La montagna incantata, sintesi dell’uomo novecentesco, stretto in un perimetro claustrale, quasi costretto a guardarsi dentro, a sezionare le proprie ferite.

La situazione che viviamo oggi è differente: nel perimetro claustrale sono costretti soprattutto i sani, i giovani, i bambini, che assistono impotenti alla morte di una generazione (quella dei genitori e dei nonni, nata alla fine della Seconda Guerra Mondiale). La narrazione (con lessico bellico) del morbo ci viene servita uguale a se stessa a ritmo continuo, da settimane, senza variazioni, attraverso immagini simili a quelle dei peggiori film hollywoodiani catastrofisti su orrendi futuri distopici.

La malattia non è associata ad alcuna “colpa” da parte di chi ne è affetto. Se inizialmente, come nel caso delle narrazioni (già bibliche) sulle peste, si è puntato il dito contro gli “impuri” cinesi, con i loro wet markets, rapidamente siamo tutti divenuti impuri, quindi nessuno lo è più, tutti si è possibili portatori asintomatici del virus, possibili untori, non consunti esseri romantici alla Chopin, ma colpevoli presunti, in grado di far del male ai nostri cari: tutti abbiamo paura dell’altro e tentiamo di ingannare la morte a prezzo dell’isolamento, uccidendo la vita sociale, mettendo in stand by le emozioni, per tutelare la nostra tenuta psichica.

Sebbene la narrazione martellante oggi sia che il Covid19 è pericoloso per i soggetti deboli, per le persone anziane, persone con pregresse malattie respiratorie, malati oncologici (ecco che vengono additati i “diversi”), in realtà nessuno si sente al sicuro.

E allora, come affrontare attraverso le lenti della creatività un morbo che non ha nulla di romantico, stricto sensu? Cosa narrare di nuovo, che non sia già stato scritto su un’epidemia che, nell’immaginario collettivo, somiglia più alla ‘morte nera’, che ha accompagnato l’umanità nei secoli: la peste, nota da almeno 3000 anni, di cui Tucidide scrisse: «il morbo colpiva con una violenza maggiore di quanto potesse sopportare la natura umana».

Nel Medioevo, in particolare nel 1348, la peste dilagò in Italia e in Francia, da dove toccò tutte le coste meridionali dell’Inghilterra, e il resto d’Europa, dove imperversò per oltre tre anni.

La violenza dell’epidemia lasciò sgomenti gli osservatori: dello stupore angosciato dei superstiti resta testimonianza in molti scritti, a cominciare dal Decameron.

I governi dell’epoca reagirono alla malattia in maniera assai simile a come si è reagito nel 2020, pur ignorando le ragioni scientifiche del contagio, incoraggiarono l’adozione di misure d’igiene personale particolarmente accurate, ponendo restrizioni ai movimenti di persone e merci, imponendo l’immediato seppellimento delle vittime in fosse comuni cosparse di calce appositamente preparate fuori dalle mura e la distruzione col fuoco dei loro vestiti, inoltre vennero istituiti dei lazzaretti dove venivano isolate le persone sospettate di essere contagiose e dove erano tenute in uno stato di quarantena.

In tutta Europa la Chiesa e i moralisti in genere erano convinti che la peste nera fosse una punizione divina per i peccati compiuti dall’umanità.

Tuttavia si sviluppò anche una corrente di pensiero opposta, propria di quelle persone che ritenevano che se la malattia colpiva indiscriminatamente buoni e cattivi, tanto valeva vivere nel modo più intenso possibile.

Molta gente cercò di dare delle spiegazioni facili alla propagazione del morbo, puntando il dito contro gli emarginati della società: in alcune zone vagabondi e mendicanti furono accusati di contaminare la popolazione residente; in altre gli “untori” vennero individuati negli ebrei, fatti così oggetto della furia popolare.

Torno a pormi lo stesso interrogativo: perché la pandemia attuale non ispira gli artisti? La risposta che al momento so darmi è una sola: perché è giusto che sia così, perché lo stupore e il dolore sono, ancora, più forti di quanto possa sopportare la natura umana: certo, è giusto tacere, è giusto non avere la presunzione di dare voce e parole ad una narrazione in cui siamo ancora immersi. Non è questo il tempo. Ma sospetto che sia anche per motivi meramente estetici, in una società in cui diamo ancor più valore all'apparire di quanto non accadesse in epoca romantica. Sebbene qualche personaggio pubblico si sia quasi pavoneggiato della propria positività al morbo, e dello stoico superamento della malattia, non vi è nulla della carica creativa della schwarze Romantik nel Covid19.


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